FOGLIE



Presentazione

L'immagine mi è suggerita dal titolo, così modesto, concreto, fertile, che Giuseppina Ajolfi ha dato a questa sua nuova raccolta di liriche, primo premio Lions Sforzesco 1986, dopo Zoccoletti del 1980, introdotta da Giuse Carlo Maini, che ne sottolineava la spontanea vena lirica, giustamente.

Dicevo che, raramente, frequentando, aggirandomi fra le aiuole del Parnaso, m'è accaduto di incontrarmi con una natura poetica così vera, fatale; in una voce più autentica, nella sua spoglia, dimessa verità. Non sono certo che Giuseppina Ajolfi abbia letto, o sentito parlare, del grande poeta americano Walt Whitman ("il cui nome è l'universo", secondo Borges), del suo libro Leaves of grass, Foglie d'erba appunto, al quale ha lavorato, ampliandolo, correggendolo, proprio come si fa per un prato, dal 1855 al 1892.

D'altra parte, Giuseppina Ajolfi ha il suo campo, la sua buona terra con la quale vorrebbe immedesimarsi: e ha le sue foglie, da un ramo bene avvinto a una vecchia pianta, che ben conosce gli assalti dei venti, la clemenza delle belle stagioni, la pioggia e la neve, la grandine, e stormisce, tuttavia.

Si sono salvate queste foglie, segnate dalle fatiche quotidiane, dai sogni, dalle speranze e dalle riflessioni, senza mai sentenziosità o cerebralismi.

Anche il paesaggio non è mai esornativo. Si sente, subito, che l'autrice non l'ha contemplato, ma vissuto e sofferto; che è diventato uno spazio della sua crescita umana.

Così, quando si ritrova nei riflessi del vecchio lavatoio, o rammenta il canto nella risaia: "terra amara!/ calice/ di mio acerbo/ pianto"; o si china, nel gelido pomeriggio, su: "foglie di rame/ mute testimoni di riti di sangue".

La confidenza con la campagna suggerisce una terminologia precisa; le sue piante non sono mai generiche, hanno un nome, come i fiori: "Zufola lo zeffiro/ tra i penduli/ grappoli del glicine:/ cascatelle di petali fuggenti.../ Oscillano,/ come cuore umano...". L'impressione diviene subito meditazione, non splende in sé, ma si carica di significati esistenziali.

Alcuni attacchi sono bellissimi; si sente che sono sgorgati (che la sua grazia abbia riscoperto la fonte Castalia?), come acqua, senza interventi: "Ora che l'inverno/ è vicino/ e uggioso si fa /  il giorno / siedo, con la memoria, / al vecchio camino...".

Si noti con che felicità e grazia la Ajolfi introduce il continente memoriale, una dimensione congeniale alla sua malinconia, che non è senza soprassalti e scatti. Così, la nostalgia del suo verde tempo non si snerva in vani richiami o lamentazioni, è piuttosto il terreno di una testimonianza, la premessa di un auspicio per i più  giovani.

Le foglie di Giuseppina Ajolfi non sono secche, né morte; non compongono un'elegia. Confortano la convinzione che la poesia possa intervenire a mutare la coscienza dell'uomo, concorrere a rendere meno crudeli i giorni della vita.

Alberico Sala





PAPAVERI

         a mia mamma

Grata sono
a tre papaveri
cresciuti selvaggi
curvi sulla silenziosa
porta:
oscillavano gli steli alla bava
di vento
quasi a ricordarmi
l'incerto tuo passo.
Luminoso era il
mattino,
e tutto un brulichio
la siepe e
l'aia:
ma l'universo è muto,
spenta la tua amata
voce,
spenti i tuoi passi
tra la fine
ghiaia.





VIA PALAZZINA

In un afoso crepuscolo
cittadino,
a te
tornai:
le primule,
nella latta
rossa,
rividi al davanzale:
e le lucciole
tra le pendule pannocchie
danzare.
Monella tra monelli,
sull'aia
mi trovai
intenta ai ruzzoli
tra i calvi
tutoli:
e stai colmi
d'oro
all'alba misurai,
unita al dolce
canto
delle sgranatrici.







Premio Internazionale di Poesia e Narrativa "Lions Club Milano Sforzesco"
1� premio: Sezione Silloge Poetica






Commento

La poesia di Giuseppina Ajolfi nasce all�insegna della voce del cuore, del respiro dell�anima; essa si libra sull�universalit� dei sentimenti pi� cari accentuandone i valori in un afflato d�eterno. Il suo acceso lirismo, sempre naturale e spontaneo, altro non � che l�aura del suo nobile animo che simile alle foglie dona alla pianta dell�essere nutrimento e vita.

Chi siamo noi se privi di quei moti interiori che ci rendono creature viventi per eccellenza in armonia con il creato? Chi siamo noi se non poniamo su questi sentimenti gli accenti del nostro sensibile per nobilitarne il respiro? Questo e altro ancora sembra chiederci in Foglie la nostra delicata Poetessa.

E noi la seguiamo attenti, ammirati, tra realt� passate e presenti legate le une alle altre come da un indistruttibile cordone ombelicale.

E noi la seguiamo, la nostra Poetessa, mentre dedica la sua opera al �marito carissimo� e alle �figlie adorate�; mentre in un mattino luminoso e brulicante d�insetti e di voci si scopre in un universo muto perch� spenta la voce della mamma, �spenti i tuoi passi/ tra la fine/ ghiaia.�, in �Papaveri�; mentre di notte, in preda a incubi, paventa di esser sola, e approda rassicurata sul petto del marito dove brilla, �...come un piccolo/ sole,/ una crocetta d�oro�, in �Risveglio notturno�.

La seguiamo, ammirati e commossi, nel ricordo della nonna che voleva incoronare �regina�, in �Dalla nonna�; nei �primi passi/ di donna�, in �Primi punti�; in �L�alba�, che fugando le tenebre riveste tutto di luce e persino �al vecchio/ l�umida pupilla/ asciuga,/ donandogli,/ a ogni sorgere,/ una manciata/di speranza.�

Abbiamo letto Foglie d�un fiato e ne siamo usciti spiritualmente rigenerati perch� ogni sua lirica � fiato di vita e della vita stessa ammaestramento e amore.

Rino Pompei
Presidente Accademia Culturale d�Europa